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Luigi Saravo e David Gallarello _ Riunione LSD

La collina è ancora percorsa dall’ultima luce del giorno. Il sole è ormai tramontato lasciando striature di colore che si dissolvono salendo verso il cielo. Lungo il versante del pendio ancora debolmente illuminato dal giorno morente sale un uomo. Ha il passo fermo e lo sguardo puntato alla cima della collina. Seguendo a ritroso le sue orme vediamo un carro che, estenuato dal viaggio, affonda come un relitto nella pianura. Accanto al carro le carcasse degli animali che lo trainavano. L’uomo non ha alcun bagaglio se non quello che tiene nella sua mano. Le sue dita trattengono delle stringhe da cui pendono, oscillando ad ogni passo, delle maschere. È un curioso bagaglio. L’uomo non ha portato nè acqua, né cibo, né vestiti, solo quelle forme di volti di cuoio screpolato come se fossero l’unico oggetto con cui pensa di poter sopravvivere.

Il suo passo fermo lo porta senza fatica sulla cima della collina. Ora, dietro di lui, la luce è ormai un ricordo sfocato nel cielo e davanti a lui si apre la notte. I suoi occhi la percorrono fino a fermarsi in un’oscurità in cui brillano le luci di una città.

Scende, assecondando il declivio che si trova di fronte, e si inoltra nel buio della pianura.

Lentamente la città si fa più visibile e mostra il cristallo delle sue pareti. Muri trasparenti accolgono un via vai di uomini, donne, bambini, vecchi. Ognuno sembra andare incontro a un’urgenza che gli impedisce di fermarsi, ognuno è ripiegato su se stesso e procede come se la notte attorno non potesse portare un riposo. Tutto si muove come in meccanismo perfetto dove le strade, i corridoi, le piazze, tessono la loro rete diafana veicolando il movimento degli esseri che lo abitano.

L’uomo ora è alle porte della città. Non c’è stanchezza sul suo volto. Guarda le mura di luce e prende una delle maschere che porta con sé. La indossa con lentezza e le sue labbra mormorano qualcosa. Poi avanza attraversando le porte. Il suo passo sembra invisibile a chiunque. Ognuno procede seguendo con lo sguardo luoghi lontani che si fanno avanti come miraggi nel riverbero cangiante del cristallo. Qualcuno incontrando l’uomo lo aggira come si trattasse di un oggetto trovato lungo il proprio cammino. Immagini si proiettano ovunque tra le pareti della città. Immagini fantasmatiche e trasparenti dietro cui si muovono altre immagini e altre ancora, come si trattasse di un labirinto di sogni. Le immagini raccontano la vita degli uomini. Li vediamo intenti a mangiare, bere, sorridersi, abbracciarsi, scontrarsi, come se solo lì, in quelle forme evanescenti ci si potesse fermare, come se bastasse quello a ricordare ad ognuno la vita.

L’uomo procede attraverso le strade immerse in suoni e vocii fatti di parole atone. Parole indolori che raccontano di felicità perdute. Raggiunge un’ampia piazza attraversata dal movimento degli abitanti, ognuno intento a procedere con lo sguardo rivolto alle immagini trasparenti che affollano spazi vicini e lontani, e poggia le sue maschere a terra. Sistema sul viso quella che ha indossato, allarga le braccia e il suo mormorio diventa parola.

Adesso un vecchio si ferma richiamato dall’uomo, ora in ginocchio, che lancia la sua voce contro nemici invisibili. Adesso un bambino lascia la mano di suo padre e si avvicina. Adesso una donna. L’uomo continua. La sua voce è profonda e racconta della notte che regna fuori dalla città. Dice che lì, dove la luce del giorno ha smesso di brillare, non c’è alcuna altra luce. Dice che lì ogni essere umano è preda del mostro più oscuro, quello che i padri dei padri chiamavano verità.

Intanto intorno a lui altri si sono fermati. Allora l’uomo si alza in piedi e mostra ad ognuno la notte. Le sue mani si muovono, le sue labbra cantano e intorno agli astanti si fa avanti un’oscurità da cui emergono vaghe forme umane. Sono donne e uomini che amano e soffrono, tradiscono e cercano, uccidono e desiderano, combattendo tra legge, sesso e delitto. Chi assiste e ascolta è immerso in queste nuove immagini che si formano pian piano nella sua mente, come se fossero immagini della sua stessa vita. Chi assiste e ascolta sente la propria voce nella voce dell’uomo che racconta, come se quelle storie fossero sue, come se ritrovasse d’un tratto la propria memoria perduta.

Terminato il suo racconto l’uomo sfila la maschera e raccoglie le altre che aveva poggiato a terra. Poi scompare nel silenzio che si è creato attorno, nello sguardo di ognuno, adesso riverso su ciò che ancora gli sta accadendo dentro. Il tempo ha ceduto il suo corso agli istanti che si aprono come spazi illimitati in cui risuonano i corpi e le voci di ognuno.

All’improvviso il bambino che aveva lasciato la mano del padre si fa avanti, arriva al centro dello spazio, là dove giacevano le maschere, apre le braccia e pronuncia le stesse parole che ha udito dall’uomo. E attorno, ognuno, in quel momento riemerge da sè, tornando ad ascoltare la notte.

Luigi Saravo

La metafora di Luigi Saravo_ riflessioni su LSD