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Giuesppe Manfridi e Melania Giglio _ Riunione LSD

Oresteia. Atto Primo. Agamennone. Questo il titolo e questo il tema.

L’argomento sovrastante l’intero racconto è: una notte. Una notte da tregenda, apocalittica e nera.

Raccontarla nuovamente per farla nuovamente avvenire.

Una pratica antica, e sempre originale poiché mai ebbe un acclarato inizio.

Riscrivere, infatti, non è alterare. Non è spostare i tratti di una favola per farne un’altra favola che abolisca la precedente. Non è ripetere una data cosa con altre cadenze. Né infingere, o mascherare. Riscrivere è scrivere, tout court. Riscrivere è tornare alla fonte da cui anche la scrittura che abbiamo preso a modello fu generata.

“Per questo, dunque, le tragedie vertono sempre attorno a poche famiglie. Infatti i poeti alla ricerca di soggetti, non già in obbedienza a canoni artistici ma per caso, hanno scoperto la necessità di usare nelle loro tragedie favole del genere; e quindi sono costretti a ricorrere sempre a quelle poche famiglie, nelle quali si verificarono così drammatici avvenimenti.”, così nota Aristotele nella sua Poetica pensando agli Atridi, e giustificando, dunque, chi già tante volte ne aveva narrato le vicende; giustificando perciò Eschilo e Sofocle. Anche loro erano tornati a una fonte, prendendo essi stessi apparenza di fonte.

Ogni racconto è nostòs: ogni racconto è un ritorno più o meno esplicito ad altri racconti, ognuno dei quali si rivelerà a sua volta frutto di un precedente approdo ad altri racconti ancora. E così via, in un fluire inesausto attraverso le trame del gioco letterario a cui tutti da sempre, a nostra misura, partecipiamo.

Col primo capitolo dell’Oresteia noi torniamo, ad esempio, al cuore di una notte estrema, assoluta. Di quella notte che è crogiolo di tutti i demoni, di tutti i fantasmi possibili per i quali abbiamo iniziato a tremare di spavento da ben prima di aver iniziato a leggere, e che sono gli spaventi di un bimbo terrorizzato dal buio di una casa immersa nel silenzio. Né più né meno.

A questo torneremo, più o meno consapevoli, analizzando le coordinate di quella notte eschilea, ma anche senechiana e artaudiana, che con involontaria e perversa ironia narrativa il Coro definisce “amica” e apportatrice “di tanta felicità”, e che invece è la notte in cui viene commesso un duplice delitto da un duplice assassino.

Una coppia fa strage di un’altra coppia, tra le mura di una reggia, a termine di una giornata gloriosa che ha salutato il ritorno a casa del pater familias, onusto di trionfi guerrieri. Clitemnestra e il suo amante Egisto uccidono Agamennone e la sua amante Cassandra in un’esplosione di cruenza che assorbe in sé l’esito di altre vicende pregresse (il sacrificio di Efigenia, la morte di Tieste) e che altre future ne avvia (l’attesa di Elettra, il matricidio di Oreste).

Indagare i fatti di questa notte ci fa scivolare nelle strutture profonde di un purissimo thriller.

L’accumulo di tanto tempo passato collegato all’immane decennio che è stato necessario agli achei per far cadere Troia e distruggerla (dice il Guardiano all’inizio della storia: “Dio, fa’ che finisca presto questa pena! / Da anni e anni sto qui senza pace, / (…) Conosco ormai tutti i segni delle stelle, / (…) le nascite, i crepuscoli”) fa da propellente all’innesco di un hic et nunc implacabili, privi di indulgenza, e fomento di una suspense che nei secoli a seguire infinite volte è stata ripresa a modello per appagare quell’ansia di Tragedia, di trasposizione in Tragedia, che è stato ed è il mito irresoluto dell’Occidente moderno.

Giuseppe Manfridi

Giuseppe Manfridi_la drammaturgia LSD: Una notte da tregenda, apocalittica e nera.