“La stirpe umana compianger dobbiamo poiché alla sventura è incatenata.”

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Daniele Salvo, Melania Giglio, Giulia Lombezzi e Matteo Tarasco _ Riunione LSD

 13 febbraio 2016.

Due pescatori a bordo di un’imbarcazione fanno prigioniero un gabbiano. Gli legano un petardo al collo. Danno fuoco alla miccia. Lo lasciano volare via. Effettuano un filmato dell’esplosione.

Lo mettono su youtube.

12 gennaio 2017.

Un ragazzo di 17 anni, M., accetta di uccidere i genitori dell’amico di 16, R., per la cifra di mille euro, a colpi di accetta. La madre di R. lo rimproverava perché non voleva che si facesse un piercing. Il padre di R. gli rinfacciava di andare male a scuola.

4 marzo 2016.

M. e M. mandano un messaggio a L., invitandolo ad un incontro sessuale a pagamento in un appartamento della Capitale. L. viene seviziato a martellate e coltellate per tutta la notte. Interrogati, i due risposero che volevano vedere che effetto faceva uccidere.

Ci troviamo in un terzo millennio di cui ci sfuggono perennemente le coordinate, pervaso da una libertà di opinione e azione che assume ogni giorno contorni più indefiniti, e da una violenza che non si può più demandare ai comandi di alcun dio.

Questi fatti di cronaca (puramente esemplificativi, non necessariamente materiale di laboratorio) contengono, a mio parere, le dinamiche sanguinarie della tragedia ma presentano allo stesso tempo una spaventosa gratuità, uno dei sintomi del processo di deperimento che rosicchia ogni giorno la nostra percezione del reale.

In un paese senza conflitti armati, senza schiavi, senza spade, senza leva obbligatoria, senza sacrifici umani, senza divinità intente a comandare agli uomini le scelte più atroci, ci ritroviamo a confrontarci con episodi di una brutalità priva della confortante cornice delle colpe dei padri, una crudeltà che non contiene alcun onore da difendere e alcun delitto da vendicare.

Una violenza che supera anche il discorso di vendetta privata, poiché non generata da altro sangue ma da una sorta di buco nero dell’esistenza, una specie di fiume carsico che a prescindere da ogni guerra a un certo punto necessita di zampillar fuori, una deformità apatica priva di cause ed effetti, il Male come tessuto imprescindibile e ingiustificato dell’essere.

È ancora possibile oggi una catarsi?

Possediamo ancora la pietà e la paura, mezzi aristotelici fondamentali per portare tale purificazione a compimento?

Immagino di costruire insieme una rappresentazione che ritrovi i contorni di manifestazione pubblica e popolare quale era la tragedia greca, che riesca ad abbozzare la fisionomia delle nuove forze che ci pervadono nella cronaca, nella rete, nel chiacchiericcio e nella sua pornocrazia.

“La trasparenza è di per sé pornografica. Vuole spogliare qualsiasi cosa, trasformare tutto in informazioni. Per questo non ha niente a che fare con l’arte, cui appartengono il segreto e il nascosto, o con la bellezza”.

Byung-Chul Han

Vorrei ripercorrere l’Orestea immaginando che tutto il suo sangue sia ancora fresco, vedendola come un abisso di inesauribile ricchezza nelle cui parole poterci ritrovare, utilizzando il suo contenuto come maieutica per lavorare collettivamente su temi che ancora oggi ci visitano e disturbano.

Cos’è oggi il sacrificio? Cosa significa barattare la cosa più cara che si ha per il bene comune?

Chi è oggi un Eroe, che genere di prezzi paga, dove sono le Erinni, chi sono i profeti?

Come si esprime oggi negli uomini quel delirio di onnipotenza dal quale Eschilo tanto ci ha messi in guardia?

Solo agli Dei felicità che dura è concessa senza nessun affanno.

Come si traducono nel nostro linguaggio le divinità? Sono algoritmi, indici di borsa, Very Important People, sono pozzi petroliferi, pannelli solari, reti che ci perseguitano tracciando ogni nostro movimento, ci salvano dalla solitudine, dallo sforzo, dalla responsabilità, dal pensiero, si intrecciano come DNA alle nervature del nostro destino?

Sono forse, le divinità, contenute in ogni scarica di psicosi collettiva?

In sostanza, quali architetture drammaturgiche possiamo progettare che connettano noi, le nostre problematiche, con il 458 A.C.?

Questo fanno gli dèi dei tempi nuovi:

l’universo reggono trascurando

la giustizia, così che il loro trono

dall’alto in basso è macchiato di sangue.

Eccolo l’ombelico della terra:

una crosta di delitti l’avvolge.

Abbiamo anche la giustizia. Abbiamo una divinità monca come Atena, “figlia di solo padre”, e l’Areopago: un tribunale di amministrato da una donna partorita dalla testa di un uomo, dove la figura materna viene considerata mero contenitore che ospita la discendenza futura; quale può essere lo specchio contemporaneo di una serie di immagini così affascinanti e mostruose?

Rubando le parole di Oreste, dirò che non si in qual luogo finirà questa corsa che ho intrapreso.

Quello che vorrei esplorare insieme è cosa significa cantare oggi la nostra miseria, confrontarsi con la tragedia nel senso etimologico del termine, il canto per il capro sgozzato, nel 2017.

Mi piacerebbe trovare insieme degli strumenti per fissare negli occhi il buio della nostra epoca, usando Eschilo come un Virgilio dell’oscurità, un varco spazio-temporale che ci consenta di frugare con delicatezza e terrore il cuore dell’uomo.

Giulia Lombezzi

Giulia Lombezzi e le riflessioni contemporanee _ LSD per raccontare il futuro